lunedì 12 dicembre 2016

Il Seme Della Follia: tra cinema e letteratura, finzione e realtà


Articolo a cura di Alberto Maria


Tra cinema e letteratura, finzione e realtà

Parlare di uno dei film di genere più criticamente amato e odiato degli ultimi trent’anni non è facile. Credo, anzi, sono certo che chiunque abbia varcato la soglia della "cinefilia", deve aver anche solo sentito parlare di questo film, della sua aurea dannata e divina al tempo stesso, e del suo creatore John Carpenter, autore-artigiano che ha segnato le tappe di molti culti del nostro tempo. Probabilmente simbolo di un’epoca di transizione nella quale arte e artigianato, classico e moderno si fondono. A cominciare dal titolo, quello originale, In the mouth of madness, non può non richiamare alla mente il titolo del romanzo “At the mountains of madness” di H.P. Lovecraft. Anche se non si ispira a nessuna opera precisa di Lovecraft, nasconde, in maniera non troppo velata, indizi che ci riportano al solitario di Providence. L’orrore cosmico che proviene da ere inconoscibili, la vacuità dell’essere umano, la follia che scaturisce dal confronto con l’intelligibile. Ma tutto questo non è un semplice e affettuoso omaggio allo scrittore, ma un punto di partenza, evidenziando il tema centrale della struttura narrativa del film: il rapporto tra finzione e realtà, immaginato e vissuto. Ciò che rende davvero affascinante questa pellicola, non è solo l’originale struttura narrativa, composta dai vari livelli di lettura che si intrecciano l’uno sull’altro, ma è il lavoro, personale e oggettivo, svolto da Carpenter intervenendo sull’estetica del male e definendo l’etica del cattivo.
 Dunque un’opera sulla narrazione, oltre che sulla letteratura horror. Non a caso il film uscì nella metà degli anni '90, un periodo in cui il cinema horror iniziava a interrogarsi su se stesso e sulle reazioni psicologiche, sociologiche e antropologiche alla paura. Una delle reazioni, più frequenti, alla paura è minimizzare o cercare di razionalizzare quello che ci ha spaventati, colto di sorpresa o che non riusciamo a comprendere anche quando stiamo vedendo un film o leggendo un libro. La reazione classica è: "Si tratta solo di fantasia", e la persona razionale tenterà più volte di convincersi di poter trovare una spiegazione logica a tutto ciò che gli accade ma, solo non trovandola, cadrà nel panico e nell’irrazionalità. È proprio così che John Trent (Sam Neil), protagonista della pellicola e uomo razionale, dal confronto con l’incomprensibile cadrà nelle fauci della follia, insieme a noi spettatori, che saremo catapultati in un oscuro viaggio senza ritorno.


L’opera di Carpenter tante volte è stata accusata di non possedere originalità, di trattare una "materia" già conosciuta, ma badate bene, l’intenzione del suo autore è proprio quella di riflettere in maniera autocritica e ironica, consapevole del proprio ruolo, e del ruolo dell’horror, all’interno dell’industria cinematografica. Una sorta di metafora di un genere che probabilmente John Carpenter già allora vedeva saturo, condannato a ripetersi e ripetere. Amara visione di quella che è solamente una "funzione" all’interno del vasto meccanismo industriale che lo rende un semplice prodotto infinitamente duplicabile. Qui sta la genialità di John Carpenter, spalleggiato dalla sceneggiatura di Michael De Luca, creando un’opera avanti circa vent’anni. Folgorante sintesi del contemporaneo e testamento delle abilità registiche di Carpenter nel recuperare i cliché più scontati della tradizione orrorifica rendendoli nuovamente inquietanti, persino quando messi in scena in modo altrettanto classico.
Ma il film va oltre le suggestioni Lovecraftiane, rende omaggio al Re del Brivido, Stephen King, cercando in qualche maniera anche di criticarlo, per il modo in cui King ha preso le paure e le ossessioni dell’America e le ha trasformate in una macchina da soldi. Nel film è Satter Cane il suo omologo, un autore di racconti di lovecraftiana maniera che fanno letteralmente impazzire la gente. Potente, dunque, la critica al fanatico mondo cucito intorno al suo autore-mito. Difficile non pensare ai deliri horror-onirici Lynchiani e non lontani dalla suspense hitchcockiana.
I piani del reale si fondono e confondo con la realtà fantastica, siamo noi i personaggi-spettatori che aspettiamo davanti ai negozi l’uscita del nuovo libro di Cane (King), dell’ultimo film di John Carpenter e del moderno videogioco horror. Benvenuti nella società contemporanea, divorata dal consumismo e dalla fede, destinata, secondo Carpenter a diventare “solo una favola per i loro bambini”.

Un'opera che raccogliere migliaia di fan(atici) che lo considerano un capolavoro, ma anche parecchi detrattori che lo apostrofano come “un film inutile e ombelicale”, e infine ci sono “loro”, i suoi film che sopravvivranno a lui stesso, alla critica e ai vari volumi scritti perché per nostra fortuna saranno sempre più grandi di certe definizioni che tentano ma non riescono.


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