venerdì 18 dicembre 2015

The Hateful Eight: e se il nuovo film di Tarantino fosse un remake sotto mentite spoglie di La Cosa? [PARTE 1]


servizio a cura di Simone Ghidoni

Ammirando il primo, lussuosissimo trailer di The Hateful Eight, non saranno sfuggite agli estimatori carpenteriani alcune situazioni estremamente familiari: un manipolo di personaggi delimitati da uno spazio ristretto, assediato dai ghiacci; l'arrivo di un corpo estraneo e disgregante (Jennifer Jason Leigh); la consapevolezza che qualcuno nel gruppo non sia “chi dice di essere”; la presenza importante di Kurt Russell; infine, la colonna sonora “originale” di Ennio Morricone. Le virgolette sono richieste, dal momento che si tratterebbe perlopiù di brani inediti originariamente composti proprio per La cosa (1982) di Carpenter, pellicola verso la quale The Hateful Eight sembrerebbe porsi come una sorta di remake sotto mentite spoglie. A questo punto si dovrebbe ricordare come anche Le iene (1992) offrisse dopotutto la stessa struttura di base, mentre è chiaro che Tim Roth e Michael Madsen fungono da trait d'union ideale tra l'esordio e l'ultima fatica di Tarantino. Tutto poco sorprendentemente vista la propensione di quest'ultimo per il mashup, per l'ibridazione di modelli, stilemi e influenze.

Ciò su cui tuttavia vorrei riflettere non sono le coincidenze (che tali poi non sono) tra La cosa, Le iene e The Hateful Eight. Mi piacerebbe invece evidenziare come il film di Carpenter restituisca una precisa idea di società e individuo, ma anche come tale visione del mondo sia coerentemente rispecchiata nella pratica del filmmaker, ossia nel suo metodo di fare – e di rifare – cinema, lasciando così intuire una forte connessione tra il concetto di identità individuale che permea le sue storie e l'autonomia artistica da lui tanto agognata, anche e soprattutto quando si è trovato a girare remake di opere altrui. Infine, vorrei ricollegarmi a Tarantino e dedicare un augurio a tutti coloro che in forma diversa si presteranno a omaggiare Carpenter.


Pare evidente quanto il sequel, inteso come idea produttiva e forma inter-testuale, risultasse avverso al regista di Carthage. La prosecuzione della saga di Halloween venne di fatti imposta dai produttori, i quali per coinvolgerlo dovettero ricorrere a tattiche ricattatorie. In quest'ottica Halloween III andava interpretato come l'ultimo tentativo di JC di sabotare la ripetitività del franchising prima di rinunciarne a qualsiasi paternità (una battuta: Halloween III fu un film serial-killer). Fuga da Los Angeles nasceva invece come sottile, debordiana e tutt'ora incompresa parodia della mania di Hollywood per i follow-up, una critica feroce alla fabbrica dei sogni tramutatasi in mera “catena di montaggio”. Un passaggio certo ironico per Carpenter, cresciuto nutrendosi di H. Hawks e di una visione fordiana del mondo (nel senso di John) e ora costretto all'applicazione del metodo in serie fordiano (alla maniera di Henry) nella pratica cinematografica.

Non si può tuttavia affermare lo stesso del remake, il quale sorprendentemente sembra evadere il medesimo giudizio negativo, al contrario stimolando il discorso carpenteriano fin dagli esordi. Gran parte delle sue opere sono di fatto rifacimenti, dichiarati o meno, di pellicole che hanno particolarmente contribuito allo sviluppo dei generi, soprattutto fantascientifico, horror e western: Distretto 13 ibrida Un dollaro d’onore con La notte dei morti viventi; Procedura ossessiva si ispira a La finestra sul cortile; Starman è una science-fiction romance impiantata sul modello on-the-road di Accadde una notte; Avventure di un uomo invisibile si pone come variazione sul tema dell'Uomo invisibile. Per non parlare di altri debiti più discreti ma non per questo meno significativi, come quelli di Elvis, il re del rock verso Quarto potere, di Cigarette Burns verso La nona porta o ancora di The Ward nei confronti di Il corridoio della paura e Shutter Island. Ma al dì là delle fonti di ispirazione, quelli che qui mi premono sono i circuiti di significazione, già operativi al livello del plot, che la pratica stessa del remake innesca in Carpenter, anche e soprattutto quando si tratta di rifacimenti in senso stretto quali La cosa e Villaggio dei dannati. Facciamo alcune considerazioni.

Per i protagonisti di La cosa la posta in gioco non è tanto la sopravvivenza, alla quale sono pronti a rinunciare per scongiurare la minaccia di un contagio globale, quanto la libertà individuale, ossia la possibilità di auto-determinare il corso della propria vita, posta sotto assedio da istanze aliene e alienanti che minacciano di conformarli irrimediabilmente in una massa indifferenziata. Sia le cellule della Cosa, che i bambini di Villaggio dei dannati e i contagiati del Signore del male si muovono secondo un'unica forza motrice con l'obbiettivo di assoggettare la razza umana tramite l'annichilazione delle differenze tra individui. Riciclando e invertendo di polarità due noti termini schopenhaueriani, potrei quindi affermare che in Carpenter tocchi sempre alla volontà particolare dei singoli – non di rado ostacolati dalla comunità che (non) li comprende – combattere la volontà universale che caratterizza le forze del male. All'opposto, ma coerentemente, i personaggi di Avventure di un uomo invisibile e Essi vivono sono già dal principio cose, sono già – pur senza saperlo – conformi allo stile di vita loro imposto: solamente un doloroso cambio di prospettiva (si pensi al combattimento tra Roddy Piper e Keith David!) permetterà loro di vedere e combattere per la propria identità.

1 commento:

  1. Ci sta la neve, la tormenta, un gruppo di persone con un intruso tra di esse e ci sta ancora Kurt Russell. La citazioni partono gia dalla colonna sonora, gia avete letto l'articolo dove si parlava che per l'elaborazione della OST è stato utilizzato materiale sonoro scartato dal film La Cosa di John Carpenter. E si sente, è innegabile.

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