mercoledì 18 giugno 2014

RECENSIONI CARPENTETARIANE: Escape From New York [1981]

Titolo in italiano: 1997: Fuga da New York
Anno: 1981
Durata: 99 min. circa
Casa di distribuzione: AVCO Embassy Pictures
Attori principali: Kurt Russell, Lee Van Cleef, Donal Pleasence, Ernest Brongine, Isaac Hayes, Harry Dean Stanton, Adrienne Barbeau
Pagina Wikipedia: 1997: Fuga Da New York



Recensione a cura di: Mauro Nigro


Carpenter è un fascista.
Carpenter è un comunista.
Carpenter è un anarchico.

Di sicuro, John Carpenter è un uomo che diffida del potere. In tutte le sue accezioni.
È un concetto che il regista renderà esplicito, ed affronterà nel dettaglio, qualche anno più tardi in Essi Vivono.
Ma è in Escape From New York che vengono messe in evidenza tutte le contraddizioni del potere, della cosi detta civiltà, degli esseri umani.

Chi scrive è un fan, sfegatato, di questo film. Ma non temo grosse smentite, anzi, non le considero, quando dico che in questo action movie ci sono più dritte sulla natura umana che in pretenziosi film autoriali misti a documentari che non fanno altro che triturare le palle con i rapporti familiari.
La cosa straordinaria di questo film è la capacità, in cui Carpenter regna incontrastato, di caratterizzare i personaggi con poche immagini, pochissime battute, pur dando loro uno spessore enorme. Chi ha imitato questi film ha creato degli stereotipi. L’uomo di Carthage, invece, crea dei personaggi reali, pur nelle loro incredibili capacità. Snake, Hauk, Mente, il Tassista, Maggie. Nessuno è buono o cattivo. Nessun flat character. Persino il Duca, o Romero(nome scelto per caso? Non credo..), o i pazzi, non fanno altro che essere se stessi. Vivere, sopravvivere. Tutto sommato avversando un sistema carcerario ben al di sotto dell’umana pietà (semicitazione).  Lo stesso Presidente degli Stati Uniti, un Donald Pleasence in una forma straordinaria, vive vari stati d’animo, perfettamente comprensibili (quando sei in mano ad un tizio con i capelli come un rastrello che ti mette una parrucca bionda un po’ di frustrazione è più che comprensibile) e realistici, fino al paradosso del finale in cui diventa assassino/aguzzino/salvatore di Plissken.
Questo e molto altro dentro un film dal ritmo serratissimo, dai dialoghi asciugati al limite dell’aridità ma senza essere vuoti, dagli attori straordinari. Una storia che, nel tipico stile di Carpenter, si svolge qui ed ora, con pochi e fondamentali accenni al passato, ma  con conseguenze determinanti  su un futuro che diventa ancora più incerto alla fine del film.
A riguardarlo oggi, Fuga da New York, salta all’occhio come sia un film frenetico, d’azione, pur senza movimenti di camera frenetici, eccessivi, saltellanti. Tutto è pulito, ordinato, visivamente calcolato e programmato. Inquadrature fisse e carrellate a velocità moderata.  Ma la narrazione non presenta mai un senso di staticità. La prima volta che lo si vede i ben 99 minuti di pellicola scorrono via in un fiato, quel fiato che Iena/Snake non riesce mai a riprendere completamente, un po perché travolto dagli eventi, un po perché spinto a sbrigarsi dalla due capocchie di spillo di esplosivo poste nelle sue arterie.
Rivedendolo si scoprono, di volta in volta, piccoli e grandi particolari, nella recitazione, nella regia, nella scenografia, che lo rendono sempre più accattivante, più bello. Più bastardo, a volte.
L’ equilibrio visivo di questo film, tra fotografia, taglio delle inquadrature e recitazione è incredibile, e rimane impresso anche ai non esperti e non amanti del genere. Che, d’altronde, diciamolo pure, è stato re inventato se non inventato, da questo film. Siamo di fronte ad uno dei rari casi in cui anche chi questo tipo di pellicole lo schifa  guarda il film dall’inizio alla fine.

Inoltre, cosa non da poco, è uno dei pochi casi in cui nella versione italiana i traduttori ed i doppiatori (eccetto l’evidentissimo, forse tutto sommato necessario, Iena – Snake, con relativa perdita di senso di tatuaggio colossale sull’addome, ed il ben più importante tracciatore la cui sicura diventa “qualche modifica” in italiano, creando non poca confusione in un momento successivo determinante) non sono invadenti, rispettano abbastanza lo stile ed il carattere dei personaggi. È inevitabile la perdita dei particolari recitativi dello slang (se siete pazienti e fissati la visione in lingua originale è consigliatissima, ci sono perle che in italiano non si potrebbero rendere mai), ma tutto sommato la versione italiana regge bene.
Sono passati circa 33 anni dall’uscita di questo film, ma rivederlo offre ancora un brivido.
Soprattutto in quel finale unico, privo di una logica, se non quella istintiva. Un eroe che più antieroe non si può, che, dopo aver passato immani peripezie per salvare la sua vita e quella di un tipo di cui non gli importava nulla, alla fine scatena una guerra. Perché? Per principio, forse. Perché ai tipi come il presidente non frega nulla della gente che muore per loro, che sia a New York o in guerra. O forse, semplicemente, perché gli andava così.
Resta la consolazione che il futuro distopico carpenteriano non si è, alla fine, realizzato. Il 1997 è passato da un pezzo. Tutto sommato non esistono posti senza regole, in cui la gente si uccide per mangiarsi a colazione. A New York. Per il resto del mondo è un’altra storia. Quella di John. 

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