venerdì 27 giugno 2014

RECENSIONI CARPENTERIANE: Escape From Los Angeles

Titolo in italiano: Fuga Da Los Angeles
Anno: 1996
Durata: 101 min. circa
Casa di distribuzione: AVCO Embassy Pictures
Attori principali: Kurt Russell, A.J. Anger, Steve Buscemi, Georges Corraface, Valeria Golino, Stacey Keach, Pam Grier, Michelle Forbes
Pagina Wikipedia: Fuga Da Los Angeles



Recensione a cura di: Tommaso Beneforti


"Snake è tornato!"

23 Agosto 2000: un terremoto colpisce la California provocando un'inondazione che la separa dal resto del continente. In seguito a questa catastrofe un candidato alle elezioni presidenziali, zelante cristiano (Cliff Robertson), accusa la città di Los Angeles di esser stata punita dall'intervento divino a causa del degrado e della malavita. Viene allora innalzata una barriera per isolare la "città degli angeli" dal resto del paese. In questo ghetto vengono deportati coloro che infrangono le leggi del nuovo sistema americano.

13 anni più tardi, potenti organizzazioni ribelli operano all'interno delle mura. Una delle più importanti è quella capitanata dal rivoluzionario anarchico Cuervo Jones (Georges Corraface) della quale fa parte anche Utopia (A.J. Langer), la figlia del Presidente degli Stati Uniti d'America.
Per volontà del proprio capo, Utopia ruba, al governo Americano, un telecomando in grado di spegnere, letteralmente, interi stati o, se direzionato, l'intero pianeta terra.

Il comandante dell'esercito americano, Malloy (Stacy Keach), decide allora di ripetere il piano attuato 16 anni prima dall'allora commissario Bob Hauk. Mandare il prigioniero di guerra, nonché disertore, Snake Plissken (Kurt Russell) entro le mura di Los Angeles per recuperare il telecomando.
La storia, per Snake, sembra ripetersi: è costretto a compiere la missione, per volere del governo, poiché gli viene iniettato un veleno che agisce in meno di 10 ore (esattamente come in Escape from New York).
Nuove e vecchie conoscenze e il verificarsi di situazioni difficili lo ostacoleranno. Riuscirà a farcela prima che il veleno lo uccida?

15 anni dopo l'uscita di Escape from New York, il regista John Carpenter si ritrova di nuovo sul set insieme all'attore Kurt Russell per girare il seguito delle avventure di Snake Plissken.
Il film, nel 1985, fu inizialmente affidato allo scrittore Coleman Luck ma l'insoddisfazione di Carpenter di fronte a quello che lui definì "uno script troppo leggero e pacchiano [Cit.]" lo costrinse ad accantonare il progetto.
Solamente dopo il terremoto che colpì Los Angeles nel 1994, il regista tornò ad interessarsi alla storia e, grazie all'aiuto di Kurt Russell e Debra Hill, firmò una delle sceneggiature più nichiliste della sua carriera.
Ma il film di cosa tratta?
Al primo impatto è chiaramente il seguito della storia di Snake Plissken (ex-pluridecorato eroe di guerra), ma forse non è realmente questo: l'incredibile somiglianza con "il primo capitolo" porta a far credere che Escape From L.A. non sia semplicemente un sequel, bensì un remake… se non forse una PARODIA.
É proprio grazie allo stato di cult del precedente Escape from New York che Carpenter può trasformare il remake/sequel in un film di critica, stavolta non solo contro i governi dispotici ma anche contro il cinema stesso.
Questo film è quindi un vero e proprio esempio di metacinema: gli effetti speciali sono volutamente enfatizzati, alcune situazioni sono grottesche, gli antagonisti sono stereotipati (non a caso Cuervo Jones somiglia a Che Guevara) e solamente sul finale (con Snake che si rivolge direttamente al pubblico) ci rendiamo conto che Carpenter punta il dito contro lo stesso mezzo che sta utilizzando.
In questo film niente è ciò che sembra: né gli effetti speciali, né alcune situazioni che ci vengono proposte, né il fatto che possa essere veramente un sequel.
Inoltre, in molte scene, sono presenti dei messaggi subliminali (ma non troppo) che ammiccano alla distruzione e al disfacimento delle grandi case di produzione (vedi la fontana degli Universal Studios in fondo al mare, la scritta Hollywood in fiamme e l'elicottero che evita di schiantarsi contro il monte Paramount).
Ma il regista non si nega una personalissima critica all'ipocrisia americana (ma anche d'oltreoceano) creando una situazione grottesca a Beverly Hills quando appaiono mostri che nient'altro sono se non fallimenti della chirurgia plastica di un medico psicopatico (interpretato da un meraviglioso Bruce Campbell).
In questa opera il maestro John Carpenter non dimentica il suo mestiere di sceneggiatore (oltre che di grande regista) e crea una storia accattivante che accontenta anche i fan che desiderano vedere un vero sequel.
Colui che spicca è il personaggio di Snake che, benché sembri più basso e molto più retrò di quello che si possa immaginare, riesce sempre a mantenere salda la sua morale, anche dopo esser stato strapazzato per un'ora e mezzo di film!
Snake non desidera il potere, che viene detenuto da chi possiede le armi di distruzione di massa, bensì è l'unico che riesce a prendersi la responsabilità di sporcarsi le mani per realizzare il cambiamento radicale, in contrasto con Cuervo e col personaggio del Presidente che in realtà non crede nella missione e ha paura di morire. Infatti, secondo Carpenter, è solo l'anarchia di Snake ad essere giusta.
Ecco la maledizione che affligge il nostro protagonista: quella di essere imprigionato come Snake ("chiamami Snake! [Cit.]") e di essere un uomo libero solamente dopo aver attuato il cambiamento. Solo allora, infatti, pretenderà di farsi chiamare Plissken.
L'aver ricreato le stesse situazioni del "primo film" dà a Carpenter la possibilità di approfondire a pieno il personaggio di Snake che, dopo aver visto il suo popolo farsi ancora abbindolare da falsi moralisti (e/o rivoluzionari), arriva a questa conclusione: "Più le cose cambiano, più restano le stesse [Cit.]".

Registicamente, Carpenter, non perde il suo tocco da maestro (come mai farà nella sua intera carriera) e rende le interpretazioni degli attori molto credibili seppur sopra le righe: impossibile dimenticare i personaggi come Eddie “la mappa delle stelle” (Steve Buscemi) o Hershe (Pam Grier).
In più, il regista, si auto-cita con una battuta tratta da uno dei suoi personaggi più riusciti, Napoleon Wilson, "Hai da fumare [Cit.]".
Ma di fronte a questo artista completo è impossibile non parlare della colonna sonora composta dal regista stesso con l'aiuto di Shirley Walker: pur essendo un film d'azione, il suo gusto musicale non si distacca né dalle atmosfere Horror né da quelle Western, che Carpenter ama.

Escape from L.A.
Un film assolutamente da vedere per capire le idee sociali e artistiche di John Carpenter.
Si passa un'ora e mezza immersi in un vero e proprio epic tale senza esclusione di colpi, compresi quelli sparati contro le regole di Bangkok.

"Benvenuti nel regno della razza umana!"

giovedì 26 giugno 2014

John Carpenter's Asylum: arriva ad ottobre un numero da collezione


Come riporta il profilo Twitter Asylum Comic, ad ottobre uscirà un numero da collezione che racchiude i primi 6 fumetti pubblicati di John Carpenter's Asylum, il fumetto fantasy/horror creato da Thomas Griffith, la moglie di Carpenter - Sandy King e supervisionato dallo stesso regista americano.
La release prevede una rilegatura in copertina rigida, un nuovo prologo illustrato da Leonardo Marco e del materiale aggiuntivo (non specificato).

mercoledì 25 giugno 2014

Essi Vivono: installazione vivente si aggira per la downtown di Los Angeles


Il sito lataco.com ha riportato la notizia che gli artisti Stephen Zeigler e Calder Greenwood da alcuni giorni stanno portando per la Downtown di Los Angeles un'installazione vivente ispirata al film cult di John Carpenter del 1988 Essi Vivono. L'attore vestito da alieno si sta aggirando in alcuni dei posti più simbolici del quartiere facendosi fotografare accanto a cartelli segnaletici con le parole più rappresentative apparse anche nella pellicola di Carpenter.
Se vi trovate per Los Angeles in questi giorni quindi, non spaventatevi, gli alieni non sono veramente tra noi. O forse si.

venerdì 20 giugno 2014

Xfinity MovieBlog: intervista a John Carpenter,"fancazzista" autoproclamato

Di seguito vi riportiamo - integralmente tradotta in italiano da Micol Basone - l'interivista che John Carpenter ha tenuto col giornalista di Xfinity MovieBlog a cura del giornalista David Onda. Buona lettura.


Il regista John Carpenter: icona di Hollywood, autoproclamato “fancazzista”. 
Quando si tratta di classici cult, nessuno ha un curriculum come quello di John Carpenter.
Dark Star, Distretto 13 – Le Brigate della Morte, The Fog, La Cosa, Christine, Starman, Grosso Guaio a Chinatown, Essi Vivono, Villaggio dei Dannati – questi film non hanno battuto record al botteghino o vinto degli Oscar, ma continuano comunque ad ispirare anche oggi generazioni di registi di fantascienza e horror.
All'età di 66 anni, Carpenter oggi è in semi-pensione, ma l'interesse verso i suoi film continua a vivere, specialmente per quanto riguarda i suoi successi Halloween e Fuga da New York.
Infatti, il regsta ha recentemente collaborato con i BOOM! Studios per un fumetto-sequel al suo film Grosso Guaio a Chinatown.
Questo weekend (20-22 giugno), Carpenter apparirà di fronte a legioni di appassionati di film e fumetti al Wizard World Philadelphia Comic Con al Convention Center di Philadelphia. Oltre a firmare autografi e mettersi in posa per le foto, il regista si unirà al Philadelphia Awesome Fest per un'attesissima conversazione retrospettiva sulla propria carriera, sabato 21 giugno alle 16 nella convention room 108.
Prima della sua apparizione, ho incontrato John Carpenter per parlare dei suoi amati film, delle sue opinioni riguardo il genere horror al giorno d'oggi e della sua vita da “fancazzista” di Hollywood.

David Onda: apparirai al  Wizard World Philadelphia Comic Con questo fine settimana. Cosa ti piace di questo tipo di eventi?
Carpenter: Innanzitutto, l'unica ragione che mi spinge a farlo è che i fan del genere horror sono incredibilmente fedeli e incredibilmente gentili. Sono persone davvero gentili, molto fedeli e mi piace molto incontrarli. È la parte più divertente.

DO: Quando incontri i fan, quali sono le domande che ti vengono poste più spesso?
JC: Sai, è sempre diverso. Ognuno sceglie un film diverso, ognuno vuole sapere cose differenti, ma si tratta soprattutto di parlare e stringere mani e avvicinarsi ai fan presenti. Io apprezzo chiunque supporti i registi horror, perchè non riceviamo molto amore.

DO: Il fumetto/sequel a Grosso Guaio a Chinatown è arrivato sugli scaffali il 4 giugno. Puoi dirmi qualcosa riguardo al fumetto?
JC: Ho parlato con i fumettisti di BOOM! e con lo scrittore Eric Powell. Volevano creare delle altre avventure su Jack Burton e Grosso Guaio a Chinatown. E quindi, abbiamo discusso su quale dovesse esserne l'essenza. E abbiamo tutti concordato che dovesse trattare di Jack Burton e del Pork-Chop Express che continuano la loro vita, portando la propria stupidità verso nuove avventure. Eravamo tutti d'accordo e così hanno dato il via ai lavori. C'è molto amore per l'originale trasposto nei fumetti e una completa comprensione del tono di Grosso Guaio a Chinatown e di Jack Burton. È divertente.

DO: Quali sono alcuni dei film che guardavi da bambino o da ragazzo e che ti hanno portato ad interessarti alla regia?
JC: Durante tutti gli anni '50 ero appassionato di film. Il primo film che ho visto in assoluto era La Regina D'Africa. Avevo ben 3 anni. Non capivo cosa stesse succedendo. Non capivo che quello era uno schermo e che le immagini venivano proiettate. Perciò mio padre me l'ha spiegato. Ha indicato il proiettore dietro di noi, il fascio di luce che ne usciva e mi ha detto “E' da lì che viene”. “Oh, ho capito”. Sono stati molti i film che mi hanno influenzato. Mi sono innamorato della fantascienza e dei film horror quando ero piccolo. Semplicemente, li amavo.

DO: E hai composto le colonne sonore di quasi tutti i tuoi film, compresa l'iconica colonna sonora di Halloween. Da dove viene questa abilità?
JC: Mio padre aveva un dottorato in musica dalla Eastman School of Music. Era un insegnante. Sono cresciuto con la musica. Ascoltavamo musica di continuo. Era una seconda natura. Sfortunatamente, mio padre ha cercato di insegnarmi a suonare il violino, quando avevo 8 anni. Non avevo talento. Era quella la sfortuna. Ma ho trovato strumenti migliori – la tastiera, il piano, la chitarra, il basso, cose del genere.



DO: La lotta nel vicolo in Essi Vivono è una delle migliori scazzottate nella storia del cinema. Hai una parte preferita di quella sequenza?
JC: La lotta di Essi Vivono era grandiosa, e bisogna anche tenere di conto che Keith David era un attore della Juilliard. Non era un lottatore. E Roddy Piper sapeva come lottare, è la sua seconda natura. Perciò, hanno preparato la lotta per più di un mese e mezzo nel cortile dietro il nostro ufficio. Avevano le imbottiture e hanno elaborato tutta la cosa. Una lotta è una cosa emotiva, di questo si trattava: di due amici che lottavano tra loro per guardare attraverso un paio di occhiali. Era una lotta ridicola, ma è uscita bene.

DO: C'è un film a cui hai rinunciato che ti sei pentito di non aver fatto?
JC: Oh, beh no.

DO: Quando guardi la tua filmografia, qual è il film che risalta ai tuoi occhi, Il tuo fiore all'occhiello?
JC: [ridendo] Nessuno. Non c'è nessun fiore all'occhiello. Non riesco a guardare i miei film, perchè inizio a dirmi “perchè ho fatto quella cosa? È la scena più stupida che io abbia mai girato. Che sta succedendo?”. Sono troppo severo. Non riesco a guardare i miei stessi film.

DO: C'è qualche progetto a cui stai lavorando ora e che potremo vedere in un futuro prossimo?
JC: Ci sono un paio di cose di cui mi occupo occasionalmente. Sto lavorando a un paio di cose ora. Sai, quando arrivi alla mia età...ora ho la copertura sanitaria per anziani, quindi a che cavolo sto pensando? È tempo di rilassarsi.

DO: Realisticamente, sai quanto è difficile girare un film. Ma da appassionato di film, penso: sei John Carpenter. Dovresti essere in grado di realizzare in film se lo volessi.
JC: La gente non pensa a me come fai tu. Sentono “John Carpenter” e pensano “fancazzista”.

DO. No! Non lo pensano.
JC: E' questo che pensa il mondo del business. “Oh, no quel fancazzista. Non lo vogliamo tra i piedi. Buttatelo fuori!”.

DO: Molti dei tuoi film presentano personaggi che sono antieroi o solitari. Cosa ti attrae di questo tipo di personaggi?
JC: E' perchè mi sono sempre sentito così. Ho sempre voluto essere un eroe e non lo sono mai stato.

DO: Ancora con la storia del “fancazzista”?
JC: Esatto! È proprio così.

DO: C'è qualche idea sbagliata comune riguardo a te o alla tua carriera?
JC: No. Mi hanno etichettato tutti come “fancazzista”.

DO: Cosa pensi del genere horror di oggi?
JC: Il genere horror è vecchio come il cinema. C'è fin dall'inizio e penso che vivrà per sempre. Penso sia un genere universale. La commedia a volte non funziona negli altri Paesi. Le celebrità non funzionano. L'horror sì. E quello che amo dell'horror è che viene ridefinito da ogni generazione. È molto elastico da questo punto di vista. Quindi, sono molto contento dell'horror.

DO: Riguardando indietro ai tuoi anni di carriera, qual è la più grande esperienza che sei riuscito a fare grazie al tuo successo come regista?
JC: E' una vita davvero grandiosa. Avevo un sogno quando ero piccolo, a otto anni: volevo essere un regista. E sono riuscito a diventarlo. Non molte persone ci riescono.

mercoledì 18 giugno 2014

RECENSIONI CARPENTETARIANE: Escape From New York [1981]

Titolo in italiano: 1997: Fuga da New York
Anno: 1981
Durata: 99 min. circa
Casa di distribuzione: AVCO Embassy Pictures
Attori principali: Kurt Russell, Lee Van Cleef, Donal Pleasence, Ernest Brongine, Isaac Hayes, Harry Dean Stanton, Adrienne Barbeau
Pagina Wikipedia: 1997: Fuga Da New York



Recensione a cura di: Mauro Nigro


Carpenter è un fascista.
Carpenter è un comunista.
Carpenter è un anarchico.

Di sicuro, John Carpenter è un uomo che diffida del potere. In tutte le sue accezioni.
È un concetto che il regista renderà esplicito, ed affronterà nel dettaglio, qualche anno più tardi in Essi Vivono.
Ma è in Escape From New York che vengono messe in evidenza tutte le contraddizioni del potere, della cosi detta civiltà, degli esseri umani.

Chi scrive è un fan, sfegatato, di questo film. Ma non temo grosse smentite, anzi, non le considero, quando dico che in questo action movie ci sono più dritte sulla natura umana che in pretenziosi film autoriali misti a documentari che non fanno altro che triturare le palle con i rapporti familiari.
La cosa straordinaria di questo film è la capacità, in cui Carpenter regna incontrastato, di caratterizzare i personaggi con poche immagini, pochissime battute, pur dando loro uno spessore enorme. Chi ha imitato questi film ha creato degli stereotipi. L’uomo di Carthage, invece, crea dei personaggi reali, pur nelle loro incredibili capacità. Snake, Hauk, Mente, il Tassista, Maggie. Nessuno è buono o cattivo. Nessun flat character. Persino il Duca, o Romero(nome scelto per caso? Non credo..), o i pazzi, non fanno altro che essere se stessi. Vivere, sopravvivere. Tutto sommato avversando un sistema carcerario ben al di sotto dell’umana pietà (semicitazione).  Lo stesso Presidente degli Stati Uniti, un Donald Pleasence in una forma straordinaria, vive vari stati d’animo, perfettamente comprensibili (quando sei in mano ad un tizio con i capelli come un rastrello che ti mette una parrucca bionda un po’ di frustrazione è più che comprensibile) e realistici, fino al paradosso del finale in cui diventa assassino/aguzzino/salvatore di Plissken.
Questo e molto altro dentro un film dal ritmo serratissimo, dai dialoghi asciugati al limite dell’aridità ma senza essere vuoti, dagli attori straordinari. Una storia che, nel tipico stile di Carpenter, si svolge qui ed ora, con pochi e fondamentali accenni al passato, ma  con conseguenze determinanti  su un futuro che diventa ancora più incerto alla fine del film.
A riguardarlo oggi, Fuga da New York, salta all’occhio come sia un film frenetico, d’azione, pur senza movimenti di camera frenetici, eccessivi, saltellanti. Tutto è pulito, ordinato, visivamente calcolato e programmato. Inquadrature fisse e carrellate a velocità moderata.  Ma la narrazione non presenta mai un senso di staticità. La prima volta che lo si vede i ben 99 minuti di pellicola scorrono via in un fiato, quel fiato che Iena/Snake non riesce mai a riprendere completamente, un po perché travolto dagli eventi, un po perché spinto a sbrigarsi dalla due capocchie di spillo di esplosivo poste nelle sue arterie.
Rivedendolo si scoprono, di volta in volta, piccoli e grandi particolari, nella recitazione, nella regia, nella scenografia, che lo rendono sempre più accattivante, più bello. Più bastardo, a volte.
L’ equilibrio visivo di questo film, tra fotografia, taglio delle inquadrature e recitazione è incredibile, e rimane impresso anche ai non esperti e non amanti del genere. Che, d’altronde, diciamolo pure, è stato re inventato se non inventato, da questo film. Siamo di fronte ad uno dei rari casi in cui anche chi questo tipo di pellicole lo schifa  guarda il film dall’inizio alla fine.

Inoltre, cosa non da poco, è uno dei pochi casi in cui nella versione italiana i traduttori ed i doppiatori (eccetto l’evidentissimo, forse tutto sommato necessario, Iena – Snake, con relativa perdita di senso di tatuaggio colossale sull’addome, ed il ben più importante tracciatore la cui sicura diventa “qualche modifica” in italiano, creando non poca confusione in un momento successivo determinante) non sono invadenti, rispettano abbastanza lo stile ed il carattere dei personaggi. È inevitabile la perdita dei particolari recitativi dello slang (se siete pazienti e fissati la visione in lingua originale è consigliatissima, ci sono perle che in italiano non si potrebbero rendere mai), ma tutto sommato la versione italiana regge bene.
Sono passati circa 33 anni dall’uscita di questo film, ma rivederlo offre ancora un brivido.
Soprattutto in quel finale unico, privo di una logica, se non quella istintiva. Un eroe che più antieroe non si può, che, dopo aver passato immani peripezie per salvare la sua vita e quella di un tipo di cui non gli importava nulla, alla fine scatena una guerra. Perché? Per principio, forse. Perché ai tipi come il presidente non frega nulla della gente che muore per loro, che sia a New York o in guerra. O forse, semplicemente, perché gli andava così.
Resta la consolazione che il futuro distopico carpenteriano non si è, alla fine, realizzato. Il 1997 è passato da un pezzo. Tutto sommato non esistono posti senza regole, in cui la gente si uccide per mangiarsi a colazione. A New York. Per il resto del mondo è un’altra storia. Quella di John. 

martedì 17 giugno 2014

RECENSIONI CARPENTERIANE: The Fog [1980]

Titolo in italiano: Fog
Anno: 1980
Durata: 90 min. circa
Casa di distribuzione: AVCO Embassy Pictures
Attori principali: Adrienne Barbeau; Jamie Lee Curtis; Janet Leight; John Houseman; Tom Atkins; Nancy Keys; Hal Holbrook
Pagina Wikipedia: Fog



Recensione a cura di: Riccardo De Franco


Quando si parla di “film minore” con riferimento ad un tassello della filmografia di John Carpenter bisogna sempre soppesare il valore con cui si applica tale giudizio. Non perché il regista in questione sia esente da cadute di stile o incidenti di percorso (fortunatamente esigui), ma piuttosto perché all’interno di una carriera talmente vasta e variegata persino le opere minori possono suddividersi ulteriormente, tra film dimenticabili e perle da riscoprire.

The Fog rientra decisamente nella seconda categoria, una perla che all’epoca dell’uscita, dopo l’esaltante clamore suscitato dal celebre Halloween, aveva sulle spalle un compito non facile: uscito due anni dopo l’exploit dell’inquietante film su Michael Myers, The Fog era il primo film con cui Carpenter doveva concretamente battere sé stesso; Assault On Precinct 13 aveva avuto un ottimo riscontro di pubblico e critica, ma Halloween era andato ben oltre, incassando cifre da blockbuster e dando forma per la prima volta ad un movimento che di lì a poco avrebbe plasmato la cinematografia horror dei successivi vent’anni, (il genere slasher).

Una delle caratteristiche che da sempre ha contraddistinto il Maestro dell’horror (e che ne ha anche sancito il persistente conflitto con Hollywood e con i botteghini) è la capacità di sorprendere e reinventarsi, realizzando spesso progetti completamente diversi dai precedenti, in grado di spiazzare anche i fedelissimi. Accomunati magari dagli stilemi tradizionali del suo cinema, ma perfettamente identificabili nella loro unicità: The Fog non fa eccezione, e anziché riproporre la formula vincente del film precedente si innesta nel filone delle ghost-stories, che Carpenter esplora tracciando nuovi livelli del terrore, meno crudi e sanguinolenti rispetto a quelli mostrati due anni prima, ma arricchiti da un’atmosfera sempre più ricercata, e supportata da un comparto tecnico ormai ben rodato ed efficiente.
Curiosi tuttavia sono alcuni punti di contatto con Halloween che si possono rintracciare:
·         A partire dalla trama, anche in The Fog abbiamo a che fare con una piccola cittadina che durante una notte di celebrazioni e festeggiamenti viene sconvolta da eventi terribili legati alla storia del posto, ed in particolare ad una maledizione; ritorna l’elemento della storia da incubo che si tramanda ai giovani, anche se in questo caso gli ignari abitanti di Antonio Bay hanno a che fare non con uno, ma con un’intera gruppo di assassini demoniaci, e gli antefatti risalgono a ben 100 anni prima, quando degli sventurati marinai furono brutalmente uccisi e maledetti dall’avidità dei fondatori della città.
·         Altro punto di contatto con la pellicola precedente è il cast: da una parte ritroviamo la giovanissima Jamie Lee Curtis che aveva esordito proprio nel film del ’78 (e che qui recita insieme alla celebre madre Janet Leigh), dall’altrasi avvia la collaborazione con Tom Atkins, che avremmo ritrovato poi nel terzo capitolo di Halloween, con Carpenter nelle vesti di produttore.
·         Le musiche, neanche a parlarne, accompagnano perfettamente il tono del film e confermano uno di quegli elementi che di lì a poco sarebbe diventato un marchio di fabbrica inconfondibile delle produzioni carpenteriane.
·         Infine, la peculiarità della “vendetta ancestrale” messa in atto dalla ciurma maledetta è la nebbia che dà il titolo al film, e che nelle mani di un narratore del calibro di Carpenter fornisce un elemento scenografico estremamente affascinante. Il contributo fondamentale però è fornito da Dean Cundey, direttore della fotografia che collabora per la seconda volta con il regista. La coltre grigia che si estende sulle acque prima e sulla terraferma poi è il pretesto perfetto per una messa in scena sintetica ed efficace, poiché nonostante un budget triplicato rispetto alla sua precedente produzione, il regista si avvale di effetti scenici semplici e minimali che da soli instillano il terrore: il fumo utilizzato sui set viene manipolato e modellato quasi fosse una scultura eterea, e i maestosi giochi di luci, colori e ombre attuati da Cundey arricchiscono lo spettrale spettacolo visivo che si dipana davanti agli occhi delle sventurate vittime.

L’incedere della nebbia plasma anche l’andamento della storia. Dopo un inizio al cardiopalma, Carpenter tira il freno a mano e intreccia le vicende dei protagonisti durante il giorno successivo; col lento dissolvimento dell’alone maledetto si alternano piccoli sobbalziche pian piano aumentano d’intensità fino al catastrofico finale.

Una delle principali critiche che si possono muovere a The Fog (in fondo parliamo sempre di film minore) è proprio il ritmo della narrazione, che procede a passo fin troppo sincopato. Caratteristica che non tutti riterrebbero necessariamente un difetto, ma è evidente che rispetto ad altre pellicole di John Carpenter che si prendono il loro tempo in maniera magistrale (pensiamo allo splendido e sottovalutato Prince Of Darkness), il montaggio può facilmente scoraggiare lo spettatore. Pare infatti che il film fu rimontato ben due volte, la prima perché il regista, reduce da una visione di Scanners (di D.Cronenberg) non era soddisfatto della poca violenza visiva presente nel film, la seconda perché la durata complessiva raggiungeva a malapena gli 80 minuti.

L’altro reparto che mostra il fianco alle critiche è la sceneggiatura, che in più parti oscilla tra (voluta?) ambiguità e approfondimenti deboli. Diversi personaggi sono abbozzati al minimo indispensabile, e lo stesso “protagonista” (l’indecisione nell’inquadrare come tale il ruolo di Atkins è sintomatica) si ritrova spesso incastrato in snodi narrativi non perfettamente definiti (la love-story con il personaggio della Curtis è un altro sintomo).
Si diceva all’inizio di soppesare valori, e per chiudere il cerchio il giudizio definitivo su questa opera filmica occorre tornare allo stesso concetto. The Fog è un ottimo esempio di cinema artigianale con oggettivi meriti, evidenziabili soprattutto nella messa in scena, ma mostra il fianco su alcuni fronti che solitamente questo regista non trascura.

Quanto più siamo disposti a dare peso a queste lacune, nell’economia generale di una semplice storia di fantasmi, tanto più questa pellicola viene ridimensionata a minuscolo intermezzo tra due pilastri del cinema carpenteriano (Halloween e Fuga Da New York). Se altrimenti siamo disposti a lasciare offuscare e disperdere nella nebbia determinati dettagli, non si può non convenire che dall’esterno quello che filtra fino ai nostri occhi è una rappresentazione primordiale e ottimamente confezionata della paura.

Consequence Of Sound: battaglia tra i migliori compositori di colonne sonore; c'è anche John Carpenter


L'autorevole blog musicale consequenceofsound.net sta proponendo ai propri seguaci una sfida tra i migliori compositori di colonne sonore per film di tutti i tempi. Per quando riguarda il primo round, è possibile selezionare - tra colossi delle sountrack come Henry Mancini, Angelo Badalamenti e Ennio Morricone - anche John Carpenter. Segno evidente di come il regista californiano non abbia lasciato la sua indelebile impronta nel cinema moderno solo dirigendo i film, ma anche scrivendo alcune colonne sonore epiche tutt'oggi aclamatissime tra i fans e gli addetti ai lavori. 



sabato 14 giugno 2014

John Carpenter: «il cinema horror è sopravvissuto a tutti i generi, non morirà mai»


Intervistato telefonicamente dal Wizard World Philadelphia, John Carpenter ha parlato del suo cinema in previsione della sua presenza il prossimo 22 giugno al Comic Con, che si terrà a Filadelfia. In merito ad Essi Vivono, film di fantascienza da lui girato nel 1988, il regista afferma: «i temi li trattati sono tanto attuali oggi come lo erano più di 20 anni fa. La gente ha ben recepito il messaggio di quella pellicola.» ed in merito alla manifestazione cinematografica sopracitatata, incalza: «i fan del genere horror sono fedeli, sono i sostenitori più accattivanti» 

Per quanto riguarda il fumetto dedicato a Grosso Guaio A Chinatown, col primo numero uscito negli Stati Uniti lo scorso 4 giugno, il filmaker californianno ha affermato: «La parte più divenrtente di fare un film è arrivare 20 anni dopo e qualcuno ti dice di farne un fumetto». Parlando invece del suo grande classico Halloween ed i suoi innumerevoli sequel e reboot, Carpenter dice: «Dopo il primo film non credo che ci fosse ancora molto da raccontare. Io ho sempre pensato che non si dovesse andare avanti. La differenza tra la mia versione e quella di Rob Zombie, è che lui ha svelato dei retroscena su Michael Myers; per me non era necessario.» 

Ed in tema di reboot, è prevista anche una nuova trilogia dedicata a Fuga Da New York, però ancora in fase embrionale: «So che stanno ancora decidendo come impostare il tutto. A me nessuno però sta dicendo niente su come procede la lavorazione. Non so chi interpreterà Jena, ma io non vedo nessun'altro "serpente" al posto di Kurt Russell.» E sul finale, non manca un messaggio d'amore al genere che lo ha reso un'icona del cinema moderno in tutto il mondo: «l'horror è il genere più longevo del cinema. E' sopravvisuto al western, al musical...a qualsiasi altro genere. Il cinema horror non morirà mai.»

venerdì 13 giugno 2014

Halloween: arriva a settembre un doppio confanetto in edizione limitata


Uscirà il prossimo 23 settembre per la Archory Bay in collaborazione con la Shout Factory un doppio cofanetto in blu-ray dal titolo Halloween: The Complete Edition. Il primo, composto da 10 dischi includerà tutti i film della serie (con il leggendario primo capitolo diretto da John Carpenter nel 1978), compresi remake, spin-off e l'episodio televisivo della saga, mentre il secondo - composto da 15 dischi - avrà in più 5 supporti di contenuti extra ed un libro in esclusiva con foto e note inedite dal set di tutti i capitoli. E' possibile pre-ordinare ambedue le edizioni col 30% di sconto su amazon.com, mentre è possibile leggere i dettagli presso questo link. Al momento, la release è destinata ufficialmente solo al mercato statunitense.

domenica 8 giugno 2014

Dark Star: la versione blu-ray per amazon.it disponibile dal prossimo 16 luglio

La copertina si riferisce alla versione statunitense del film
Secondo quanto riporta il popolare store online amazon.it, sarà disponibike dal prossimo 16 luglio una versione blu-ray per il mercato italiano di Dark Star curata dalla Cult Movie, opera prima da regista di John Carpenter, del 1974. Al momento mancano però tutti i dettagli di rito della release.


venerdì 6 giugno 2014

Fuga Da New York: in arrivo due nuove action figure dedicate a Jena Plissken

Il sito paulsemel.com ha annunciato che da agosto saranno dispobibili due action figures create dalla ReAction Figures dedicate a Jena (Snake)  Plissken di Fuga Da New York, capolavoro di fantascienza girato da John Carpenter nel 1981. I modelli disponibili si differenziano semplicemente per il fatto che una vede il protagtonista del film indossare la sua caratteristica giacca di pelle marrone e l'altra no. Ambedue come gadget possiedono pistola e mitra e  misurano 3.75 pollici. Su amazon.com è già possibile pre-ordinare i giocattoli al prezzo di poco inferiore di 20 dollari attraverso lo store Funko; ma la data di uscita li riportata è 27 giugno. 


giovedì 5 giugno 2014

Distretto 13 Le Brigate Della Morte: emergono alcuni dettagli tecnici sull'edizione blu-ray


Come già anticipato dal nostro blog lo scorso 22 maggio, è previsto per il prossimo 11 luglio l'uscita dell'attersissimo formato blu-ray del secondo film girato da John Carpenter: Distretto 13 Le Brigate Della Morte. Anche se non siamo in grado di garantire in via ufficiale quanto di seguito, attraverso un'inserzionista su ebay.it abbiamo scoperto alcune caratteristiche tecniche che dovrebbero - il condizionale è d'obbligo - far parte dell'uscita, evidentemente riprese dalla retro cover del disco. Ve le riportiamo di seguito:

Anno pubblicazione
2014
Area
2 - Europa/Giappone
Codifica
PAL
Formato video
2,35:1 Anamorfico 1080p
Formato audio
2.0 PCM: Italiano
5.1 Dolby Digital: Italiano
5.1 DTS HD: Inglese
Sottotitoli
Italiano


Numero dischi
1
Codice EAN
n.d.
Codice Prodotto       n.d.


Trama: Los Angeles, un'isolata stazione di polizia è presa d'assalto da una gang sanguinaria. Suspense, ironia e azione si alternano in un meccanismo potente e perfetto.


QUESTO DISCO E' UTILIZZABILE ESCLUSIVAMENTE CON LETTORI BLU-RAY
 
Extra
- Intervista al regista
- Radio spots production company
- Trailer


mercoledì 4 giugno 2014

Big Trouble In Little China Comic Book: la recensione di fangoria.com


In occasione dell'uscita americana del n. #01 del fumetto dedicato a Big Trouble In Little China - cult d'azione diretto da John Carpenter nel 1986 - la webzine fangoria.it  ha recensito il comic book valutandolo 4 stelle su 5. La giornalista Svetlana Fetodov ha detto: «uno dei maggiori punti di forza del fumetto non sta solo nel fatto di essere stato approvato e supervisionato dallo stesso Carpenterma ma anche da una metà del team di scrittura è il solito del film.» e poi continua «le atmosfere sono fedeli al film: l'azione fila straordinariamente liscia ed il fumetto si presenta come una full immersion nelle ambientazioni presentate dal regista quasi 30 anni fa. Carpenter e Powell sono stati capaci di far rivivere il mito di Big Trouble in Little China.»