giovedì 10 gennaio 2019

Christine: disponibile un nuovo libro dedicato al dietro le quinte del film di John Carpenter

E' disponibile sullo store americano di Amazon, dallo scorso 4 gennaio, Hell Hath No Fury Like Her: The Making Of Christine, libro scritto da Lee Gambin e pubblicato dalla casa editrice BearManor Media.
Il volume, di 320 pagine, racconta la storia dietro al film che John Carpenter ha girato nel 1983 e che tutt'oggi è ritenuta una delle migliori trasposizioni cinematografiche da un libro di Stephen King. Il tutto è arricchito da interviste allo stesso Carpenter, allo sceneggiatore Bill Philips, al produttore Richard Kobritz ed anche a buona parte del cast.

Se siete interessati all'acquisto, potete cliccare qui



lunedì 7 gennaio 2019

5 film fortemente influenzati da La Cosa di John Carpenter


La Cosa di John Carpenter, nonostante sia vicino a festeggiare i suoi primi 40 anni dalla sua realizzazione, resta uno degli esperimenti fanta/horror più riusciti e originali della cinematografia mondiale. 
Basterebbe un solo elemento ad avallare questa tutt'altro che ardita tesi: la pellicola pur essendo un remake del film La Cosa Di Un Altro Mondo del 1951 di Christian  Nyby e Howard Hawks, si differisce cosi tanto da quest'ultima da risultare a conti fatti, un "non remake", riuscendo anche nella non facile impresa di essere anche più aderente al racconto che ha dato via a questo "franchise" (ne esiste anche un controverso capitolo, prequel del film di Carpenter, uscito nel 2011) scritto da John W. Campbell nel 1938.

Quindi, nella lista che state per leggere, per quanto sindacabile come tutte le liste del genere, troverete 5 film che per un motivo o per un altro, sono fortemente e in maniera più o meno diretta influenzati da questo caposaldo della celluloide più orrorifica, che tutt'oggi continua ad ispirare, per narrativa, "effetti speciali" ancora attualissimi e colonna sonora (eseguita da Carpenter con Ennio Morricone), decine e decine di opere su grande schermo.

THE HATEFUL EIGHT di Quentin Tarantino, 2015


Ritenuto dallo stesso autore  una sorta di ”remake” del film di Carpenter ma con ambientazione western post Guerra Civile Americana, l’ultima opera in ordine cronologico di Quentin Tarantino ci mostra un gruppo di persone che durante una tempesta di neve (ok, per essere in questa lista è una sorta di “quasi minimo comune denominatore”) sono costretti a rifugiarsi in un emporio.
All’interno del locale però non vi sono i proprietari, ma quattro tizi che nessuno del gruppo conosce: ben presto arriveranno le prime frizioni dovute anche a delle rievocazioni di spiacevoli ricordi dove gli ospiti della locanda sono protagonisti, il film nella sua seconda parte mette sempre più a nudo il sospetto e l’odio tra i presenti, fino ad un’inesorabile e violentissimo atto finale. 

Se aggiungiamo che la colonna sonora del film recupera alcuni temi di Ennio Morricone scartati dalla pellicola di Carpenter del 1982 e che uno degli attori protagonisti è Kurt Rusell, quanti dubbi potete avere ancora sulla presenza di The Hateful Eight in questa lista? 

WHITEOUT - INCUBO BIANCO di Domic Sena, 2009


Greg Rucka è un nome piuttosto celebre presso gli appassionati di fumetti americani: l’autore di San Francisco, classe 1969, nato romanziere e poi diventato sceneggiatore di fumetti, ha lavorato presso i maggiori colossi editoriali (Marvel e Distinta Concorrenza) ma il titolo che lo ha messo sulla mappa geografica resta di sicuro Whiteout.
Pubblicato da Oni Press nel 1998 in una miniserie in quattro parti, Whiteout ha come protagonista uno dei personaggi femminili più riusciti mai scritti da Rucka (specialista in questa tipologia di personaggi) ovvero Carrie Stetko, sceriffo federale presso la comunità di McMurdo, la città più vicina alla base antartica dove è ambientata la storia. Si perché Carrie si ritroverà ad indagare su un omicidio, nelle peggiori condizioni possibili, e non mi riferisco solamente al letale inverno artico, parliamo proprio di un posto dove le comunicazioni sono complesse e lentissime, e gli umani quasi tutti uomini rozzi e ostili.

Whiteout è un fumetto molto bello che nel 2000 ha avuto anche un seguito (Whiteout: Melt, scritto da Rucka con i disegni sempre di Steve Lieber) che ha fatto parlare così tanto di sa da arrivare anche al cinema nel 2009, diretto da Dominic Sena, quello di “Fuori in 60 secondi” (il remake con Nicolas Cage) e Codice: Swordfish (2001).
Ovviamente Hollywood trasforma la tosta e tozza Carrie Stetko in una longilinea strappona fatta a forma di Kate Beckinsale (la vampira il latex di Underworld) e riesce anche a dare un bel calcio al secchio del latte a tutto il bel lavoro fatto da Rucka su carta. Si perché Whiteout ha un’ambientazione che ricorda molto La Cosa del Maestro John Carpenter, ma senza un alieno muta forma venuto dallo spazio, purtroppo le dinamiche tra personaggi costretti a convincere in quegli infiniti paesaggi innevati, vanno di molto diluite nella versione cinematografica, perdendo molto del cinismo che rendeva il lavoro di Rucka e quello di Carpenter almeno cugini alla lontana.

Dominic Sena le prova davvero tutte per mettere in chiaro che la sua stella polare resta il capolavoro di Giovanni Carpentiere, ma avere un sacco di neve a volte non basta, un caso migliore di film che apprende la lezione Carpenteriana invece, è rappresentato dal prossimo film.

THE LAST WINTER di Larry Fassender, 2006 


Pur essendo passato quasi del tutto inosservato in Italia (dove è stato proiettato nei cinema con tre anni di ritardo), questo thriller/horror di Fessender racconta la storia di alcuni dipendenti di una grande compagnia petrolifera intenti ad individuare in Alaska i punti più idonei per la trivellazione, nonostante un geofisico consigli loro di non portare avanti le operazioni a causa del massiccio aumento delle temperature. 
Da qui già la tensione all’interno della base aumenta (ancora una volta la neve e le temperature aumentano i disagi psico/fisici dei dipendenti) ma a far precipitare del tutto la situazione è la brutale morte di uno di loro per mano di una misteriosa creatura. 

Per quanto sia decisamente meno psicologico e più incentrato sulla morale ecologista rispetto al film di Carpenter, The Last Winter e un buonissimo lavoro poco conosciuto che fa degli elementi scenici il punto di contatto più vicino con La Cosa. Consigliato anche per l’ennesima prova davvero valida dell’attore Ron Perlman.


THE STATION di Marvin Cren, 2016 


Sulle Alpi austriache, uno si aspetta di trovarci al massimo Heidi e le caprette che le fanno ciao (con lo zoccolino) di certo non un misterioso liquido coloro rosso sangue, capace di generare strane mutazioni nella fauna locale, rendendola aggressiva e pericolosa. Un gruppo di scienziati dovranno cercare di cavarsela, il tutto firmato dal regista Marvin Kren che si era già fatto notare nel 2010 con Rammbock.

The Station è un piccolo film che ha fatto il giro dei festival (tra cui il Torino Film Festival), che spesso salta e rimbalza tra un tono e l’altro, ad esempio la primo ministro donna che non si scompone minimamente davanti al sangue e ai morti, somiglia un po’ troppo ad una caricatura di Angela Merkel per non esserlo davvero, ma se escludiamo un paio di sotto trame amorose che allungano un po’ il brodo, resta un buon titolo capace di tirare fuori il meglio dallo scarso budget a disposizione.
Immaginate che il famigerato liquido rosso, funzioni più o meno come quella robaccia nera di Prometheus (2012), con la stessa capacità di creare ibridi tra animali di razze diverse, tipo un topo e un ragno si fanno il bagno, ed esce fuori un toporagno, oppure la porca con l’oca, oh basta! Sto iniziando a sembrare Roberto Benigni, insomma avete capito!

Il problema di The Station è appunto un budget risicato che impedisce al film di avere gli effetti speciali di Rob Bottin che rendono La Cosail capolavoro che è ancora oggi, quindi Marvin Kren si limita a mostrare i mostri (ah-ah!) molto poco e velocemente, e come parte di una trama piena di svolte e colpi di scene, che tiene il ritmo piuttosto tirato per tutta la sua durata, insomma senza averne la grandezza, “The Station” è un film che dimostra di aver assimilato la lezione Carpenteriana, anche se ora che ci penso, assimilato forse non è la parola migliore da usare in questo caso. O forse sì?

SFERA di Barry Levison, 1998


Inconsueta incursione nella fantascienza dal retrogusto horror per il grande mestierante di Hollywood – Berry Levison, questo film del 1995 (tratto da un romanzo di Michael Crichton) con un cast stellare (Dustin Hoffman, Sharon Stone, Samuel L. Jackson) ci immerge in una spedizione sul fondo degli abissi dove alcuni scienziati devono ispezionare un’astronave di ignota provenienza. 
In comune col film di Carpenter ci sono le atmosfere claustrofobiche dell’astronave (che sostituisce la base su terra ferma) e il mare (che sostituisce il freddo polare e la neve) come impedimento principale per raggiungere la salvezza. Anche qui una presenza non definibile, una sfera che dona poteri speciali e un computer pilotato da esseri non umani alimenta di minuto in minuto una perdita di fiducia tra le persone coinvolte nella missione che a livello di messa in scena non può che essere associata a La Cosa. 

Un film non di certo imperdibile (massacrato quasi in toto dalla critica), ma un più che discreto lavoro di genere in un decennio dove la fantascienza e l’horror difficilmente proponevano prodotti di grande qualità. 
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3 FILM FUORI, MA CHE POTEVANO STARE DENTRO

THE FACULTY di Robert Rodriguez, 1998
In un college americano degli studenti scoprono che i loro professori sono stati posseduti da parassiti e decidono di combatterli una volta capita che una minaccia aliena sta per incombere sulla terra. Robert Rodriguez è sicuramente - della generazione attuale di filmaker - uno dei più carpenteriani, e con questo suo film celebra il suo La Cosa con una creatura "finale" che è un vero e puro omaggio. 

LEVIATHAN di George Pan Cosmatos, 1989
Pelicola fanta/action del regista italo/greco Cosmatos, Leviathan dimostra come si può essere originali pur riprendendo a più riprese le idee visive di La Cosa. La pellicola ci narra di alcuni operai che trovano un relitto di una nave russa con all'interno una bottiglia che contiene i resti di un esperimento portato avanti dagli scienziati di questa nave che si erano tutti trasformati in mostri, e di conseguenza tutti uccisi. 

THE VOID - IL VUOTO di Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, 2016
I due registi di questa tanto discussa pellicola (da molti amata, da altri odiata) non punta sull'originalità ma su un potente mix di citazioni e omaggi che portano tanto a Carpenter quanto al nostrano Fulci. Di certo la realizzazione delle creature che si trovano nei sotterranei dell'ospedale e di come le persone che vi sono intrappolate dentro comincino ben presto ad odiarsi, non può che rimembrare La Cosa. 

Starman e Avventure Di Un Uomo Invisibile rivelano che John Carpenter ha un grande cuore [PARTE 2]



Paradossalmente, l’unica volta in cui il regista si avvicinò di nuovo a film del fu in “Avventure di un Uomo Invisibile”, che credo sia l’unico dei suoi film a non avere il suo nome sul titolo. Come con Starman, non fu l’unico regista a lavorare al progetto; entrambi i film videro la partecipazione di registi illustri (Adrian Lyne e John Badham in Starman, Ivan Reitman e Richard Donner in “Avventure di un Uomo Invisibile”), prima di arrivare a scegliere l’unico regista che fu in grado di portarlo a termine. di Carpenter non se ne parla molto riguardo “Avventure di un Uomo Invisibile”, ma considerando la partecipazione di Chevy Chase (tra l’altro uno dei co-produttori) ci sentiamo di affermare che non sia stata l’esperienza più entusiasmante della sua carriera, anche considerando il cast che, a parte alcuni dei suoi attori soliti, non ha nulla a che fare con lui.

A differenza di “Starman”, qui gli effetti speciali giocano un ruolo fondamentale, e per una giusta causa – spesso di una bellezza sorprendente e che ancora oggi non invecchia, come testimoniato dalla versione Blu-Ray (rilasciata lo scorso anno, sempre dalla Scream Factory). Tuttavia, nonostante la preponderanza degli effetti speciali, Carpenter fa in modo da non tralasciare l’aspetto romantico, ovvero l’interesse di Chevy per Daryl Hanna; tali scene sono tra le migliori del film. Chevy non è certo il miglior attore del mondo, ma in questo caso ci regala una performance sorprendentemente convincente nei panni dell” Uomo Invisibile” – egli non cerca la risata facile, ma ci mostra al contrario il lato più seccante dell’essere invisibile. C’è un piccolo spezzone in cui egli spiega come sia complicato anche comprare del cibo, in una scena in cui una male gli viene strappata di mano da un addetto alla sicurezza, e ogni volta che la guardo mi si spezza il cuore – quante volte potrò dire di aver avuto empatia per un personaggio interpretato da Chevy Chase? A volte è addirittura divertente quando scopre che Wally World è chiuso. Ed è anche l’ultima in cui in cui ha avuto occasione di mostrarci le sue abilità romantiche. Agli albori della sua carriera fu paragonato a Cary Grant grazie a “Gioco Sleale” e “Bastano Tre per Fare una Coppia”, dove ebbe modo di corteggiare Goldie Hawn, per il resto tra le sue mogli/fidanzate sullo schermo troviamo sia storie serie (Vacation, L’allegra Fattoria) che brevi flirt (Palla da Golf, Fletch – un colpo da prima pagina).

La sua alchimia con Hannah è molto solida; anche se il film fu un successo, non credo che la gente si strapperebbe i capelli per vederli di nuovo insieme, come accadde con Tom Hanks e Meg Ryan, ma nonostante ciò se la cavano molto bene insieme e Carpenter, Dio lo benedica, fa in modo che le loro scene trovino ampio spazio e risalto, servendosi persino di effetti speciali. Una delle scene più impressionanti del film è quella che li vede protagonisti nel bel mezzo di un temporale, gocce di pioggia sul corpo di Chevy che permettono a lei di “vederlo” ancora una volta, la musica di Shirley Walker in sottofondo… insomma, un momento dolcemente romantico, cosa che di rado possiamo dire di aver visto in un film di Carpenter (o in un film con Chevy Chase). Nella sezione speciale “vintage bonus” presente nel blu ray, Chevy afferma che Carpenter è il miglior regista con cui egli abbia mai lavorato e – dal momento che è una persona che ha sempre dato molto peso alle sue dichiarazioni– credo che lo pensi davvero. Raramente lo abbiamo visto parlare bene di altri registi, è qualcosa che al massimo fa solo con gli attori.


Per farla breve: un elemento ricorrente nei film romantici (specialmente nelle commedie) è quello di essere girati come gloriose sit-com, non importante nient’altro, se non che i protagonisti siano fotogenici; e quante volte abbiamo visto molti di questi film essere nominati all’oscar proprio per merito di uno dei suoi attori protagonisti? L’abilità di Carpenter sta invece nel riuscire a cavare dai protagonisti non sono una bella ed avvolgente presenza, ma anche performance più che soddisfacenti (ancora: il ruolo di Chevy in Avventure di un uomo invisibile), e questo è ciò che rende piacevole e facilmente apprezzabile il suo genere di film, sembra quasi un peccato che film di questo tipo ne abbia girati soltanto due, perché il suo lato romantico meritava di essere messo più in risalto (sempre con rispetto a film come Grosso Guaio a Chinatown; gli scambi di battute tra Jack e Gracie si avvicinano molto a questo territorio, ma andiamo: il film lo abbiamo apprezzato per le risse e i tormentoni di Jack). Fa un effetto strano dirlo, ma è vero: il genere romantico ha bisogno di persone come John Carpenter.

traduzione a cura di: Vincenzo Fasulo

domenica 6 gennaio 2019

Starman e Avventure Di Un Uomo Invisibile rivelano che John Carpenter ha un grande cuore [PARTE 1]


STARMAN (e Avventure Di Un Uomo Invisibile) testimoniano che il nostro esilarante eroe in realtà ha un vecchio, grande cuore dentro di sé. 

«Non mi fanno fare romanzi, dicono che sono un vecchio signore da film horror» – John Carpenter, commentando il suo Starman. 

Carpenter sarà forse conosciuto per l’eternità come un regista horror, complice in particolare il grande successo di Halloween e il convincente riscontro de “La Cosa” (e su quest’ultimo ci si può discutere). 
Durante tutta la sua carriera, tuttavia, ha lavorato su film d’azione e fantascienza quasi quanto abbia fatto sugli horror, quindi non è corretto affermare che egli abbia fatto solo horror, come ad esempio Wes Craven (la cui unica eccezione fu “Music of the Heart). 
È quindi vergognoso che egli non abbia mai avuto occasione di fare più spesso film come Starman, in quanto, avendo ancora un piede ancorato al genere fantascientifico, sarebbe stato meno “traumatico” per i suoi fan accettare un piccolo cambio di rotta - e inoltre, cosa più importante, è un film stupendo che ci ricorda che dietro il suo animo scontroso c’è un lato dolce e debole che non abbiamo potuto apprezzare abbastanza.

Sarebbe divertente conoscere qualcuno che non abbia mai visto “Starman” (un momento perfetto per farlo vedere, dal momento che Scream Factory ne ha appena rilasciato un’edizione speciale) e che quindi sia all’oscuro della trama, perché dai primi minuti potrebbe anche essere confuso con uno spin-off de “La Cosa”, e quindi perfettamente all’interno del classico territorio carpenteriano. Un’astronave aliena viene disattivata dal governo statunitense, e il suo occupante trova il modo di isolarsi in un’abitazione e trasformarsi in un clone di un essere umano (Jeff Bridges) – e fin qui tutto bene. Ma ahimè, l’alieno non ha come obiettivo quello di spazzare via il genere umano, bensì solo quello di tornare a casa, e ha quindi bisogno che il suo padrone di casa (Karen Allen) lo porti dal Wisconsin in Arizona nel giro di tre giorni, prima che l’organismo che lo ospita muoia. Lungo il cammino, ha modo di imparare qualcosa riguardo il pianeta Terra, i suoi occupanti e, sì, anche riguardo l’amore, e in tal modo trasmette al personaggio di Allen un turbine di emozioni, dal momento che il corpo in cui si è trasformato è quello di suo marito, scomparso recentemente. 

Gli idioti al governo offrono a sprazzi momenti di pura azione, ma per la maggior parte del tempo gli effetti speciali e lo spettacolo vengono messi in secondo piano rispetto alla storia tra i due protagonisti, e che ci crediate o no, il film diventa molto più coinvolgente in queste scene che in quelle in cui avreste creduto che il regista di Fuga da New York si sarebbe trovato maggiormente a suo agio. Il film mi piace molto, ma tendo a voler vedere di più scene come quelle del governo (in particolare quelle con Charles Martin Smith nelle vesti dell’agente SETI che vuole trovare “the starman”, senza però volergli fare del male). Il personaggio di Allen passa dall’essere vittima di un rapimento all’essere essa stessa protettore del suo amico di viaggio, dal momento in cui realizza che egli non intende farle del male e che non è il solito alieno che troveresti in un classico film di Carpenter, riflettendo il fatto che magari da un nome (e un font) così iconico (così come si evince dal titolo) ci si sarebbe aspettato qualcosa di più pessimistico.


È piacevole approfondire il personaggio di Allen, nonostante il film raggiunga livelli altissimi quando Bridges cerca di imparare a parlare ed agire come un essere umano. Egli fu giustamente nominato all’oscar per il suo lavoro in questo film (prima nomination da protagonista, terza in assoluto), e onestamente potrei guardarlo recitare la sua parte per ore – è simpatico, divertente, dolce, e a tratti anche straziante. C’è una scena ,ad un certo punto, in cui Jenny lascia un post-it attaccato allo specchio del bagno, avvisando a chiunque lo trovi di essere stata rapita, dopodiché Bridges entra in bagno, lo vede, ma è così ingenuo da non riuscirne nemmeno a capirne il significato; rimane colpito, invece, da un porta-rotoli di carta igienica, e questa scena lascia una strana sensazione addosso, come a dire “cavolo, questa donna è così crudele a voler scappare via da quest’uomo così dolce!”. Potreste pensare che dopo due ore di film, questo suo modo di fare finisca, ma Bridges è un attore troppo in gamba per farlo succedere, ed è davvero fantastico osservare la sua parte umana evolvere lentamente senza però mai prendere il sopravvento. 

Ora, con questo non voglio dire che negli altri film non ci siano ottimi attori: Carpenter è colui che ci ha regalato Snake Plissken, Jack Burton, Nada, Doctor Loomis—è chiaramente un’abilità che non gli manca, quella di creare personaggi meravigliosi. Ma raramente ci aveva regalato una storia d’amore così romantica, e il personaggio di Starman ci mostra come Carpenter sia a suo agio sia con “roba sdolcinata” che con Michael Myers saltare addosso a qualcuno o con Kurt Russell fare il culo a qualcuno.

Qualche suo film già aveva delle coppie preesistenti (basti pensare a “Villaggio dei Dannati”) e in altri ancora troviamo un numero consistente di personaggi che si incontrano e si ritrovano a letto nel giro di poche ore (“Il Signore del Male”, “Fog, ecc.); ma anche quando un rapporto di coppia diventa amore, come in Christine, esso rimane sempre secondario rispetto alla trama principale, horror o di fantascienza che sia.

D’altro canto, Starman poteva venir fuori ancora meglio se avessero tagliato fuori del tutto la parte governativa e si fossero concentrati esclusivamente sul viaggio di Jenny e Starman, lasciandolo ininterrotto, e questa fu anche la ragione per cui il film divenne uno dei film di Carpenter con i maggiori incassi (e l’unico ad essere nominato all’Oscar).

traduzione a cura di: Vincenzo Fasulo

sabato 5 gennaio 2019

Tales Of Science Fiction: guarda il trailer di Twitch, il nuovo fumetto supervisionato da John Carpenter

E' disponibile da qualche ora su YouTube, attraverso il canale ufficiale di John Carpenter, il trailer di Twitch, il nuovo fumetto diviso in 5 numeri facente parte della serie Tales Of Science Fiction, supervisionata dal regista e prodotta dalla moglie Sandy attraverso la Stormy King

Il primo numero di Twitch è disponibile negli Stati Uniti dallo scorso 2 gennaio, mentre il secondo lo sarà a partire dal 30 dello stesso mese.